THE WHITE BUFFALO – intervista esclusiva con Jake Smith

THE WHITE BUFFALO – intervista esclusiva con Jake Smith

THE WHITE BUFFALO
ANIMALI SELVAGGI
di Emanuele Biani

L’appuntamento con The White Buffalo, il prossimo 2 maggio all’Alcatraz di Milano, è di quelli da segnare in rosso sul calendario. La creatura del nostro interlocutore Jake Smith, non a torto considerata la versione più moderna e convincente di quel macro-genere che risponde alla definizione “Americana”, potrà finalmente sfogare dal vivo tutta l’energia e la poetica dell’ultimo album On The Widow’s Walk (2020), che il 15 aprile sarà ristampato in edizione deluxe. Prima di approfondire questa nuova/vecchia uscita nell’intervista che sarà presentata sul prossimo numero di Rock Hard, approfittiamo del simpaticissimo Jake per fare il punto sull’imminente evento concertistico.

Quali sono le tue sensazioni, a pochi giorni dal ritorno sul palco?

“Suonare dal vivo mi manca così tanto! L’anno scorso siamo riusciti ad organizzare qualche concerto qua e là, ma in questo momento (l’intervista si è tenuta a metà marzo, ndr) sono quattro o cinque mesi che per un motivo o per l’altro non saliamo su un palco. Insomma, dopo quasi un anno e mezzo d’inattività dovuta alla pandemia, non ho ancora ripreso le vecchie abitudini e percepisco questo aspetto della nostra attività come qualcosa di estraneo e lontano, quasi dimenticato. Vedo il futuro immediato come una specie di rinascita. Lo scambio di energia con i fan è essenziale per mantenere vivo e rilevante questo progetto”.

Come ti stai preparando, dal punto di vista fisico e psicologico?

“Mi sento come un animale selvaggio rimasto troppo a lungo chiuso in gabbia. La dimensione dei concerti è quella in cui la mia musica si esprime nel modo più completo, ma dopo tanto tempo nasce il timore di avere un po’ ceduto alla pigrizia. Le nostre esibizioni hanno bisogno di tanta energia, c’è molta interazione con il pubblico e tra gli stessi musicisti, nonostante la maggior parte delle canzoni siano molto intime e riflessive. È ridicolo da dire, ma sto cercando di rimettermi in forma con un programma personalizzato di fitness, almeno per uscire dall’attuale stato di letargia (ride, ndr)”.
the white buffalo cover

Stai avvertendo un qualche tipo di pressione o responsabilità?

“Sono incredibilmente carico, ma anche abbastanza ansioso. The White Buffalo si è costruito buona parte della propria reputazione proprio dal vivo, e non posso essere di sicuro di dimostrarmi ancora all’altezza finché non ci provo. Suppongo che dopo un paio di canzoni tutto filerà liscio, ma in questi giorni faccio fatica a ricordarmi persino l’emozione di suonare davanti a un pubblico. In generale, la sensazione che provo è un misto di ansia, paura, speranza ed eccitazione, un po’ come quando la tua compagna sta aspettando un bambino (ride, ndr)”.

L’ultimo disco è stato pubblicato il 17 aprile 2020, forse all’apice della crisi pandemica…

“In qualche modo possiamo ritenerci fortunati, perché diverse canzoni di On The Widow’s Walk sono state scelte per la colonna sonora di alcune serie TV molto popolari. Questa diffusione della nostra musica oltre il proprio pubblico di riferimento ha concesso all’ultimo album una visibilità enorme. Allo stesso tempo, è stato orribile non poter portare sul palco dei brani che erano chiaramente nati per quello scopo. Vedi, anche da un punto di vista commerciale, The White Buffalo non è la classica band per cui le radio sgomitano nel tentativo di ottenere il prossimo singolo in esclusiva (ride, ndr). Abbiamo bisogno del contatto fisico con la gente, per contestualizzare le canzoni nella loro dimensione ideale, spiegando il loro significato senza bisogno di altre parole”.

Pensi che il potenziale dell’album sia rimasto inespresso, almeno in parte?

“Dal punto di vista della capacità espressiva, direi proprio di sì, anche perché dal vivo tendiamo molto verso nuovi arrangiamenti e improvvisazioni, che in qualche modo concedono ai brani un respiro diverso. A livello concettuale, invece, trovo che On The Widow’s Walk sia andato paradossalmente oltre le sue intenzioni. Nel periodo in cui cominciai a scrivere le canzoni, ovviamente, non potevo prevedere ciò che sarebbe successo qualche mese più tardi. Tuttavia, buona parte del disco parla di temi che, durante il lockdown, sarebbero poi diventati terribilmente attuali: la solitudine, la nostalgia, l’isolamento e la malinconia. Per molti dei nostri fan, poter ascoltare questo tipo di musica in un momento così difficile è stato di grande aiuto e ha rappresentato un processo quasi terapeutico. Alla fine, non importa che questa specie di analisi introspettiva sia stata tutto fuorché intenzionale, da parte mia”.

Emanuele Biani

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