THE DARKNESS il nostro live report
THE DARKNESS il nostro live report
THE DARKNESS, Roma, Orion, 17-10-2025, il nostro live report
PAROLE DI FEDERICO VENDITTI
FOTO DI MONICA FURIANI (data di Nonantola)
I The Darkness sono sempre stati un mistero, specialmente in Inghilterra, sin dalla loro nascita. Catalogarli come epigoni del glam britannico anni ’70, oppure come un frivolo fenomeno da baraccone, dei saltimbanchi buoni solo a far sorridere il pubblico, ma nulla più? Sono passati più di vent’anni dalla pubblicazione del devastante (e indiscutibile apice) debutto. Quel Permission To Land che ha regalato la fama planetaria al gruppo dei fratelli Hawkins, eppure la domanda rimane ancora sospesa in aria, senza una risposta definitiva.
Arrivati all’Orion a Ciampino qualche minuto prima dell’esibizione dei Darkness, si rimane piacevolmente sorpreso nel constatare che il locale è sold out. Inoltre, non si vede il solito pubblico presente in altre occasioni. Sì, ci sono i soliti tardoni, ma anche tante facce fresche. Ragazzi di trent’anni che abbassano la media d’età dei frequentatori di live nella capitale. Gente che probabilmente ascolta Virgin Radio e Radio Freccia, ma d’altronde il ricambio è necessario.
Un’insegna luminosa con il nome della band campeggia imperiosa dietro il drum kit, quando all’improvviso entra la band.
Justin Hawkins sculetta come un pazzo e il boato della folla che ci travolge. Si parte in quinta con la scanzonata Rock ‘n Roll Party Cowboy, numero ad alto voltaggio elettrico. Poi si continua con i classici del debutto come l’inno Get Your Hands Off My Woman, con Justin che canta in falsetto esattamente come su disco. La band snocciola i suoi classici in un susseguirsi di singoli che fanno subito presa per la devastante carica di energia che sprigionano. Questo è il segreto dei Darkness, unire con gusto i riff semplici degli Ac/Dc con gli arrangiamenti dei Queen, la più grande fonte d’ispirazione dei fratelli Hawkins.
Verso metà concerto Justin imbraccia la chitarra ed inizia a giocare con il pubblico, come se stesse dentro un pub.
La band inanella prima il giro di No Woman No Cry di Bob Marley (una specie di tormentone per tutta la serata) e poi Fat Bottom Girls e One Vision dei Queen, per passare ai discutibili Take That e una bella versione di Dead Flowers degli Stones. Forse sarebbe stato meglio tagliare una decina di minuti di questo divertissement per dare spazio ai loro brani inediti. La band riaccende i motori per il gran finale con Friday Night e la mitica I Believe In A Thing Called Love. Il cantante chiede più volte di non utilizzare i telefonini, ma non c’è niente da fare.
Il bis, richiesto a gran voce, consiste in un solo brano, I Hate Myself con un breve accenno ad Heartbreaker dei Led Zeppelin.
Peccato per l’esclusione di One Way Ticket dal secondo album. Quando si riaccendono le luci vedo tanta gente soddisfatta, nonostante i prezzi esorbitanti delle birre. Il live di questa sera non risponderà alla domanda che ci siamo posti ad inizio articolo, i Darkness rimangono sia una band con delle buone hit hard rock che un gruppo di scanzonato intrattenimento.


































































