KING DIAMOND il live report del concerto di Londra
KING DIAMOND il live report del concerto di Londra
KING DIAMOND – il nostro live report del concerto dalla Roundhouse di Londra, 01 luglio 2025
Parole e foto di Terry Palamara
La Roundhouse, incastonata a pochi passi dalla fermata della metropolitana Chalk Farm e a circa dieci minuti a piedi dal cuore pulsante di Camden Town, si conferma una delle venue più affascinanti e cariche di storia della capitale britannica.
Eretta nel 1846-1847 come un edificio circolare che conteneva una piattaforma girevole ferroviaria, questa sera accoglie un ritorno tanto atteso quanto raro.
Quello di King Diamond, assente dai palcoscenici londinesi da ben nove anni, con l’ultima apparizione datata 21 giugno 2016 alla O2 Forum di Kentish Town (mentre, con i Mercyful Fate, era tornato da headliner al Bloodstock Festival nel 2022).
Da allora, molta acqua è passata sotto i ponti, ma non un nuovo album, atteso da tempo e ancora oggetto di desideri inesauditi (che il 2026 sia l’anno buono?).
Il Re Diamante, reduce da una recente tappa italiana all’Alcatraz di Milano, torna ora a infiammare il pubblico inglese.
Sono presenti anche tanti appassionati giunti a Londra da tutta Europa, alcuni già in città dal fine settimana precedente per lo storico concerto degli Iron Maiden al London Stadium del 28 giugno.
UNTO OTHERS
Ad aprire la serata, gli Unto Others.
Purtroppo, l’inizio del set previsto per le 19 e la collocazione infrasettimanale dell’evento impediscono a qualcuno di assistere all’intera performance.
Chi riesce a entrare in tempo, però, si ritrova davanti una band in costante ascesa.
Provenienti da Portland, Oregon, gli Unto Others, con un seguito sempre più fedele, continuano a guadagnare terreno con il loro stile.
Un sound che prende spunto da un certo gothic rock 80s, mescolando oscurità e melodia.
Il loro ultimo lavoro, Never, Neverland, è stata la loro prima release su Century Media, e gran parte della scaletta è tratta proprio da quell’album.
Il loro set si chiude con Give Me To The Night, dal full length di debutto – un piccolo culto tra i fan – con la voce profonda e ipnotica di Gabriel Franco ad avvolgere una Roundhouse che si fa sempre più gremita.
PARADISE LOST
Alle 19:45 in punto, tocca ai Paradise Lost.
La scenografia è ridotta all’essenziale: un telo nero sul fondo del palco che va a coprire il più esorbitante allestimento degli headliner.
Nessun logo, nessuna immagine a incorniciare il palco.
Una scelta minimalista che, se da un lato può sembrare coerente con l’estetica dark della band, dall’altro finisce per smorzare l’impatto visivo della performance.
E non si tratta soltanto di apparenza: nonostante una scaletta ricca di classici e la consueta ironia disincantata di Nick Holmes, la band del West Yorkshire fatica a imporsi con la forza che le è propria.
Il confronto con l’ultima esibizione londinese, nel 2023, in occasione del trentennale di Icon – una serata intensa e memorabile con i My Dying Bride in apertura – è inevitabile, e il paragone rischia di diventare impietoso.
Certo, questa volta i Paradise Lost non sono headliner, ma “semplicemente” una band di supporto.
E per quanto aprire a King Diamond resti un privilegio indiscusso, il contesto inevitabilmente incide sull’energia complessiva della performance.
Il pubblico applaude, riconosce, apprezza, ma l’alchimia fatica a prendere quota del tutto.
Nemmeno l’acustica della Roundhouse, da sempre insidiosa per via della sua struttura circolare, gioca a favore.
Il suono, in diversi momenti, risulta sbilanciato e incerto, variando sensibilmente in base alla posizione all’interno della sala.
Il concerto si apre con Enchantment, gemma dell’acclamato Draconian Times, e prosegue con un viaggio che attraversa oltre trent’anni di carriera.
Ghosts, probabilmente uno dei vertici compositivi della band nell’ultimo decennio, se non oltre, è l’unico brano in setlist tratto da Obsidian, convincente prova discografica del 2020.
Nel frattempo, è da poco rientrato in formazione il batterista Jeff Singer, già membro del gruppo tra il 2004 e il 2008, dopo tre anni in cui dietro le pelli sedeva l’italiano Guido Montanarini.
Proprio Montanarini, prima della separazione dalla band, ha registrato Ascension, il nuovo album in uscita a settembre per Nuclear Blast.
Eppure, nessun brano del disco è stato proposto dal vivo.
Un’occasione forse mancata, considerando che ci si sarebbe legittimamente aspettati almeno Silence Like the Grave, primo singolo estratto.
Sul palco, Greg Mackintosh si posiziona come di consueto alla sinistra, mentre alla destra di Nick Holmes si muovono con energia e partecipazione Aaron Aedy e Stephen Edmondson.
I tre appaiono coinvolti, presenti, pienamente dentro la performance.
Holmes, invece, sembra più trattenuto, quasi impassibile.
Professionale, senza dubbio, ma distaccato, come se stesse eseguendo un compito piuttosto che viverlo davvero.
A emergere sono brani come No Hope In Sight (da The Plague Within) e The Last Time (dal già citato Draconian Times), che confermano una scaletta solida.
Il set si chiude comunque tra gli applausi – compresi i nostri – con Embers Fire da Icon e Say Just Words da One Second.
Perché no, il concerto non è stato deludente, ma chi li ha seguiti nel corso degli anni sa bene quanto i Paradise Lost siano in grado di offrire molto di più, sotto ogni punto di vista.
KING DIAMOND
Nonostante l’evento non sia tecnicamente sold out, la Roundhouse è gremita.
L’atmosfera è elettrica e densa, acuita dal caldo opprimente che avvolge l’interno della venue. Durante il cambio palco, dopo la conclusione del set dei Paradise Lost, una boccata d’aria sulla terrazza del primo piano diventa quasi necessaria.
Lì, la scena assume tratti quasi cinematografici: tra bicchieri di birra e conversazioni vivaci si riconoscono volti noti della scena metal britannica.
La Londra del metallo è tutta qui, raccolta per il ritorno di Kim Bendix Petersen, a.k.a. King Diamond.
Tra le presenze, impossibile non notare Bill Steer, storico chitarrista dei Carcass, mentre a lato palco fa capolino Mick Box, anima degli Uriah Heep.
La serata sta per entrare nel vivo. Cala il telone nero che aveva avvolto l’anonimato scenografico delle band d’apertura, e si apre il sipario su uno dei palchi più elaborati in circolazione.
L’ospedale vittoriano di King Diamond prende forma davanti agli occhi del pubblico e, tra bare, bambole, lanterne a gas e carrozzine d’epoca, si sviluppa su tre livelli collegati da scalinate in (simil)ferro battuto.
Una scenografia gotica e teatrale, che sarà parte integrante del racconto visivo e musicale.
Attori e comparse, così come i musicisti, si muoveranno su passerelle e balconate, alimentando una narrazione che è da sempre parte essenziale dell’universo del Re Diamante.
Quasi in sordina, prima ancora dell’ingresso della band, l’impianto diffonde The Wizard degli Uriah Heep.
Le prime file iniziano a cantare. È un momento spontaneo, che si carica ancor più di significato quando si nota il sorriso orgoglioso e quasi commosso di Mick Box, lì accanto al palco.
E ancora di più quando, entrato in scena, King Diamond si rivolge al pubblico dicendo:
“Sono così felice di avere Mick Box qui stasera. È uno dei miei chitarristi preferiti in assoluto!”.
Un omaggio sentito, a un musicista spesso troppo poco celebrato.
Lo show può finalmente cominciare. Funeral, proiettata in apertura come intro su nastro, introduce l’irruzione in scena del cantante danese con coltello in mano e la celebre bambola Abigail appena estratta dalla sua bara.
Parte Arrival (da Abigail, così come la intro) e, a differenza dei problemi d’acustica riscontrati con i Paradise Lost, qui il suono è pieno, definito, potente.
L’heavy metal affilato della band viene restituito in tutta la sua gloria.
Andy LaRocque e Mike Wead, alle chitarre, duellano con precisione e teatralità, affiancati dal bassista Pontus Egberg, in formazione dal 2014.
Sul piano superiore, Hel Pyre alle tastiere e ai cori – al posto di Myrkur, che aveva preso parte alla prima parte del tour – e il batterista Matt Thompson tengono saldo il ritmo dall’alto dell’ospedale/istituto.
King Diamond, voce cristallina, poderosa e sorprendentemente impeccabile, si muove tra i livelli con agilità, dominando la scena come solo lui sa fare.
Una presenza magnetica, perfettamente esagerata.
Brani come Halloween e Voodoo scaldano la platea.
Sin dai primi pezzi, il pubblico è rapito, partecipe, travolto da uno spettacolo che colpisce su ogni piano: sonoro, visivo, emozionale.
Dal tanto bramato nuovo lavoro arrivano Spider Lilly e Masquerade Of Madness.
Una parte dell’imminente trilogia horror, si vocifera, si intitolerà Saint Lucifer’s Hospital 1920 e un’altra The Institute.
La registrazione su tape di Two Little Girls precede una delle vette emotive della serata: Sleepless Nights, che manda in visibilio la Roundhouse.
La strofa “I cannot sleep at night! That’s what the day is for anyway” risuona cantata a gran voce da un migliaio di fan, mentre LaRoque sferra uno degli assoli più memorabili della serata.
La seconda parte del set è pura apoteosi (Welcome Home, The Candle) e si conclude con la doppietta Eye Of The Witch/Burn (entrambe da The Eye del 1990) che scuote le fondamenta della venue.
Al termine dell’ultimo brano, King Diamond sorride e afferma: “Ho fatto un errore sull’ultima strofa, mi perdonate, vero?”. Ma a noi è sembrato tutto magistrale.
Dopo una breve pausa, il gran finale: Abigail. Il momento più atteso da tanti, quasi un rituale collettivo.
La Roundhouse si trasforma in un Halloween metallico, una festa nera che esplode in cori e sorrisi.
Il ritorno dello storico musicista danese, dopo nove lunghi anni, è stato tutto fuorché ordinario.
E nell’attesa di un nuovo disco, si esce nella notte londinese con una certezza: il Re Diamante è tornato, e il trono è ancora suo.
SETLIST:
The Wizard (Uriah Heep)
Funeral (da tape)
Arrival
A Mansion in Darkness
Halloween
Voodoo
“Them” (da tape)
Spider Lilly
Two Little Girls (da tape)
Sleepless Nights
Out From the Asylum
Welcome Home
The Invisible Guests
The Candle
Masquerade of Madness
Eye of the Witch
Burn
Encore:
Abigail















