HELLFEST 2025 il nostro live report
HELLFEST 2025 il nostro live report
HELLFEST 2025 il nostro live report, Giovedì 19 Giugno > Domenica 22 Giugno 2025, Clisson, Francia
Parole e foto di Davide Sciaky
Come ogni anno, per decine di migliaia di persone giugno significa Hellfest, uno dei più grandi festival Rock e Metal al mondo.
Giunto alla diciottesima edizione, già da qualche anno il festival francese si è assestato sull’incredibile numero di 240.000 spettatori spalmati sui quattro giorni di evento.
Quest’anno non è ancora stato diffuso il numero ma è realistico pensare che sia analogo.
Sei palchi, un’organizzazione super efficiente e una lineup dove è impossibile non trovare qualche gruppo di proprio interesse.
È facilmente comprensibile come per tanti sia una scelta ovvia quella di passare questi quattro giorni a Clisson.
Particolarità di quest’anno è stata un caldo veramente asfissiante, motivo per cui l’organizzazione ha deciso di permettere l’ingresso di bottiglie d’acqua e borracce all’interno dell’area palchi.
A parte quindi le difficoltà dovute al caldo, che in più momenti ci ha costretti ad allontanarci dai concerti per riposare qualche momento all’ombra, il festival è stato il solito enorme successo.
Inauguriamo l’Hellfest sul palco principale, protagonisti gli Airbourne, con una gradevole Hard Rock scanzonato e divertente.
Giunti ormai al loro settimo Hellfest, gli australiani si sentono evidentemente a casa sul palco francese dove suonano una serie di classici.
Canzoni accolte calorosamente dal pubblico, insieme alla nuova “Gutsy” che non sfigura accanto alle altre.
Nel mezzo immancabile il momento in cui il frontman Joel O’Keeffe sale sulle spalle di una persona della sicurezza e si avventura in mezzo al pubblico senza smettere di suonare con una mano, e bevendo una birra con l’altra.
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Sempre sul palco principale troviamo Till Lindemann, celeberrimo cantante dei Rammstein.
Incurante del caldo arriva sul palco indossando una giacca di pelle con sulle braccia una vaporosa pelliccia.
Musicalmente, anche da solista Till non si allontana molto dalle sonorità della sua band madre.
Da un certo punto di vista sembra di vedere i Rammstein in piccolo, cioè con molta meno coreografia.
Questo però toglie poco alla performance che è di ottimo livello, grazie anche ad una band compatta e perfettamente calata nel ruolo.
Gli headliner della prima sera sono i Korn, anche loro veterani del festival e che già in passato sono comparsi nel ruolo.
Lo show è molto coinvolgente da subito e il pubblico si scatena dalle prime note.
Forse anche complice il fatto che finalmente è calato il buio e senza il caldo asfissiante delle ore precedenti è più facile lasciarsi andare.
Bastano poche parole di Jonathan Davis infatti perché i fan comincino a saltare a tempo, cantare e pogare, e con classici come “Shoots and Ladders” e “Twisted Transistor”.
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Il secondo giorno inauguriamo il Valley, il palco principalmente dedicato alle sonorità Stoner e Doom con i Castle Rat.
Un interessantissimo gruppo americano che, pur con pochi anni di attività alle spalle, ha già costruito una solida fanbase e uno spettacolo abbastanza elaborato.
Troviamo infatti tutti i membri con costumi di ispirazione Heroic Fantasy, e durante il concerto la cantante si ritroverà a “combattere” con uno spadone contro la Rat Reaptress, la mietitrice ratto.
Musicalmente ineccepibile, scenograficamente coinvolgente, il concerto si posiziona da subito tra i più interessanti del festival.
Troviamo un po’ di sollievo dal caldo sotto il tendone dell’Altar dove suonano i The Night Eternal.
Il gruppo tedesco è attivo dal 2018 e dedito ad un Heavy classico che più classico non si può, seppur con eleganti screziature gotiche.
Dai suoni, ovviamente, ai vestiti dei musicisti, alle movenze, sembra di essere catapultati in un fumoso locale degli anni ’80, e il pubblico sembra apprezzare non poco.
Peccato che essendo ancora presto la band ha solo 40 minuti a disposizione, ma li fa valere con un’esibizione esplosiva.
Lo show si conclude con il cantante che si lancia sul pubblico e si fa portare via facendo crowdsurfing.
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Torniamo al main stage per gli Spiritbox.
Il gruppo negli ultimi anni si è fatto notare per il loro Metalcore che occasionalmente pesca dal Progressive, e per la potentissima voce della cantante Courtney LaPlante.
Ancora una volta troviamo una performance di alto livello, anche se proprio la cantante ci sembra un po’ spenta, non tanto nell’esibizione vocale quanto nella presenza sul palco.
Forse, molto probabilmente, il caldo la rallenta un po’ ed è un peccato, ma a livello strettamente musicale non possiamo dire nulla alla band.
Nota di merito per il pubblico che poga scatenato nonostante le temperature roventi.
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Tocca poi ai The Hu che vengono “promossi” dal Temple, dove avevano suonato nel 2023, al Main Stage.
La band ha riscosso sempre più successo in questi anni e anche la risposta entusiastica del pubblico nel 2023 deve aver convinto gli organizzatori a spostarli su questo palco.
La band si presenta con una scenografia imponente, un enorme gonfiabile che rappresenta una statua di pietra di un guerriero mongolo, che torreggia sopra ai musicisti.
Gli otto musicisti dimostrano senza fatica di essersi guadagnati la posizione in lineup così vicina all’headliner suonando undici brani con un’energia da veri e proprio guerrieri (mongoli).
Tra questi troviamo anche una cover di “The Trooper” degli Iron Maiden che, anche se simpatica, è forse il momento meno entusiasmante dell’esibizione.
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Arriva finalmente il momento dei Muse, headliner della seconda giornata.
Il nome aveva fatto storcere più di qualche naso all’annuncio da chi era abituato a headliner Metal, o almeno provenienti dall’Olimpo del Rock (come Scorpions e Kiss).
Il nome dei Muse poteva quindi sembrare azzardato all’interno del Hellfest, ma gli inglesi fanno rapidamente cambiare idea a tutti.
La band ha infatti un catalogo di canzoni più Heavy che non hanno nulla da invidiare a tanti altri gruppi che hanno suonato al festival.
Tra una “Psycho” e una “Will of the People” il pubblico si convince in fretta che anche i Muse possono assolutamente essere adatti qui.
La band omaggia il festival francese suonando l’inizio di “Stranded” dei Gojira (e suonandolo in maniera davvero fedele) prima di “We Are Fucking Fucked”.
Infine scatena anche chi non conosce troppo bene la loro discografia con brani celeberrimi come “Hysteria” e “Uprising”.
Per concludere la serata ci spostiamo verso il Warzone, il palco dedicato al Punk, dove ci aspettano i Sex Pistols ft. Frank Carter
Tre membri storici della band a cui si aggiunge Carter, che appena l’anno scorso abbiamo visto al festival con la sua band, i Rattlesnake.
Il concerto è tutto quello che un amante della band potrebbe mai desiderare.
Viene suonato tutto “Never Mind the Bollocks, Here’s the Sex Pistols”, l’unico album della band, in maniera musicalmente ineccepibile e con una cantante assolutamente scatenato e Punk nel profondo dell’animo.
Lasciando da parte le inutili polemiche del cantante storico John Lydon escluso da questa “reunion”, Carter è un animale da palcoscenico che in un attimo catalizza l’attenzione di tutti.
Come se non bastasse si lancia nel pubblico e fa partire un circle pit intorno a sé senza mai smettere di cantare.
Basta poco a convincere tutti i presenti di aver assistito ad uno dei concerti migliori del festival.
La terza giornata di Hellfest, secondo il meteo la più calda in assoluto dei quattro giorni di festival, inizia per noi con una carrellata di classici.
Andiamo infatti a vedere Ross The Boss, chitarrista storico dei Manowar, che con la sua band solista suona le canzoni della celebre band americana.
Al suo fianco troviamo un volto noto, il bassista dei Gamma Ray, Dirk Schlächter.
Ma è soprattutto il cantante Marc Lopes a colpirci con una voce che riesce nel difficile compito di replicare le immortali (e difficilmente raggiungibili) note cantante da Eric Adams.
Nonostante siamo nelle ore più calde del giorno, sono tanti coloro che si radunano sotto il palco, i pugni al cielo, a cantare entusiasti “Sign of the Hammer” e “Battle Hymn”.
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Continua la nostalgia con i Savatage, recentemente tornati sui palchi, che si presentano sul Main Stage con una formazione inedita.
Come noto, infatti, Jon Oliva è impossibilitato ad andare in tour ed è rimpiazzato da Paulo Cuevas e Shawn McNair.
Francamente due tastieristi non sembrano particolarmente necessari, ma importa poco quando la band attacca a suonare brani immortali che da troppo tempo non venivano suonati dal vivo.
Zak Stevens è in gran forma e performa bene sia su brani come “Handful of Rain” e “The Ocean”, cantati da lui anche su disco, che sulle canzoni che originariamente cantava Jon Oliva.
Indubbiamente il momento più emotivo del concerto è “Believe” parzialmente cantata e suonata da Jon Oliva in un video proiettato sugli schermi, a cui poi si unisce il resto della band.
Se mentre suonano poi vengono proiettate foto del compianto Criss Oliva viene difficile fermare una lacrima o due.
Arriviamo ora ai Judas Priest per un concerto che definire una manata in faccia è riduttivo.
La band aveva annunciato che in questo tour avrebbe celebrato l’anniversario di “Painkiller”.
Capolavoro che infatti suona quasi per intero, insieme ad una manciata di altri brani immancabili, come “Breaking the Law” e “Hell Bent fot Leather”, e qualche pezzo dell’ultimo disco “Invincible Shield”.
La band è in gran spolvero, con un Rob Halford assolutamente micidiale che riesce a reggere bene anche i pezzi più impegnativi, e con una scaletta così cosa si può chiedere di più?
Sicuramente poter ascoltare brani come “One Shot at Glory” e “Between the Hammer and the Anvil”, suonati solo raramente dai Priest, è uno dei momenti più notevoli di questo Hellfest.
Headliner della terza giornata sono gli Scorpions.
Il gruppo festeggia in questo tour il proprio 60° anniversario, un traguardo che ben pochi possono vantare nel Rock, o in qualsiasi altro genere.
Nonostante l’età i tedeschi dimostrano sempre una grande carica, complice anche la presenza di Mikkey Dee alla batteria che da qualche anno ha portato una rinfrescata nel gruppo.
Come evidente da tempo è purtroppo Klaus Meine quello più in difficoltà sul palco.
All’età di 77 anni e dopo aver avuto anche problemi di salute negli ultimi mesi, lo troviamo fiacco nella prestazione vocale e molto statico sul palco.
Sembra però divertirsi a giudicare dai sorrisoni che dispensa a tutti, e l’energia dei compagni di band compensa un po’.
I chitarristi infatti, Schenker in particolare, corrono continuamente su e giù dal palco che si estende fino in mezzo al pubblico e non rallentano un istante, sempre grintosi ed entusiasti.
Non stupisce quindi che il pubblico si scateni e canti a gran voce tanto i pezzi più duri come “Bad Boys Running Wild” e “Big City Nights”, quanto le ballad come “Wind of Change” e “Still Loving You”.
Per concludere la serata ci spostiamo al Temple dove ci attende uno dei concerti che aspettavamo con più entusiasmo, i Blood Fire Death.
Questa “band” altro non è che un tributo ai Bathory e a Quorthon che include diversi musicisti di spicco della scena Black.
Troviamo quindi Bard Faust alla batteria, Ivar Bjørnson e Blasphemer alle chitarre, Apollyon al basso e alla voce si alternano Gaahl, Grutle e Erik Danielsson.
Al basso fa una comparsa per qualche canzone anche Frederick Melander, musicista che ha fatto parte (anche se brevemente) proprio dei Bathory.
Poter sentire dal vivo la musica di questa band leggendaria è una chicca non da poco.
Tutti i musicisti sul palco trasudano passione e rispetto nei confronti del lavoro di Quorthon.
Indimenticabili le urla feroci di Gaahl alla fine di “A Fine Day to Die”.
E la conclusione del concerto non può che spettare alla canzone che da il nome al tributo, “Blood Fire Death”, suonata in maniera impeccabile e commovente.
Anche se “solo” un tributo abbiamo sicuramente qua uno dei momenti più alti del festival.
Arrivati all’ultimo giorno decidiamo di aprire le danze con gli Unto Others.
Sicuramente siamo curiosi di vedere se, passando da un palco piccolo come quello del Legend di Milano a quelli enormi dell’Hellfest, la band sarà in grado di mantenere lo stesso impatto, e la risposta è decisamente positiva.
I quattro americani sono abili a tenere il palco e in particolare il chitarrista Sebastian Silva catalizza tutti gli sguardi su di sé, complici anche il mantello che indossa che svolazza seguendo le sue corse per il palco.
Le canzoni sono ottime, e questo lo sapevamo, ma anche suonate di giorno davanti a migliaia di persone funzionano bene e riescono pure a strappare qualche sing-along.
Torniamo nel clima caldo e sabbioso del Valley per i “nostri” Messa.
Il gruppo nostrano da qualche anno a questa parte sta raccogliendo un grande (e meritato) successo in tutto il mondo.
E infatti troviamo un pubblico molto abbondante anche qui.
Tanta attenzione viene data al nuovo album, “The Spin”, che anche se uscito da poco ha già conquistato il nostro cuore.
Ed evidentemente quello del pubblico che vediamo molto coinvolto.
La band è evidentemente soddisfatta a giudicare dalle espressioni felici, e dal grande sorriso che la cantante Sara ha in faccia quando ringrazia a più riprese i presenti.
Torniamo al Main Stage per gli Eagles of Death Metal,
Gruppo il cui nome è purtroppo legato indelebilmente all’attentato avvenuto al Bataclan durante un loro concerto 10 anni fa.
Il cantante Jesse Hughes accenna alla cosa a più riprese dal palco affermando di avere un legame speciale con la Francia e con i francesi.
Peccato che in mezzo a queste dichiarazioni dica qualcosa sulle linee di “Nella vita ho imparato che il Rock è più forte di tutto, anche della morte”.
Il che, pensando agli avvenimenti del Bataclan, sembra uno scivolone proprio di cattivo gusto.
Tornando alla musica però, la band è super coinvolgente, complice un Rock scanzonato ed energico.
Hughes è un mattatore che sfrutta appieno il palco esteso presente quest’oggi, e che a più riprese scende per cantare a stretto contatto con il pubblico.
Sempre sul Main Stage troviamo i Cypress Hill, gruppo Hip Hop che questa volta davvero c’entra poco con il festival.
Tuttavia, se preso come un momento più rilassante e di svago, finisce per intrattenere i presenti.
È vero, Sen Dog canta anche nei Powerflo, gruppo sicuramente più adatto ad un festival come l’Hellfest, ma il suo gruppo principale non ha molto senso qui.
Nonostante ciò però i presenti sembrano divertirsi, anche se è evidente che anche i più coinvolti si stiano chiedendo “Come ci si comporta ad un concerto Hip Hop?”.
Chi alzando al cielo dubbioso le corna, chi muovendo la testa a tempo.
Sicuramente i momenti più caldi arrivano con la celeberrima “Insane in the Brain” e con la cover di “Bombtrack” dei RATM che scatenano anche i più dubbiosi.
Headliner dell’ultima sera, e gruppo che va a chiudere il festival, sono i Linkin Park.
La band aveva suonato l’ultima volta all’Hellfest nel 2017, appena un mese prima del tragico suicidio di Chester Bennington.
Sono quindi sicuramente tantissimi a chiedersi se Emily Armstrong riuscirà a essere una valida sostituta.
A nostro parere la risposta è decisamente positiva, e il concerto scalda veramente tutti i presenti, complice anche una setlist capace di convincere anche i più indifferenti.
I bellissimi primi due album “Hybrid Theory” e “Meteora” fanno la parte del leone, oltre ovviamente che dal nuovo “From Zero”.
Sia la Armstrong che Mike Shinoda non esitano a muoversi ai lati del palco, spesso arrivando anche sul secondo Main Stage.
Pur essendo in via di rimozione, l’altro palco viene sfruttato per andare a cantare davanti a tutti i fan, causando sempre molto entusiasmo.
Se le canzoni più nuove sono accolte con reazioni non sempre caldissime, sono i vecchi classici come “From The Inside”, “In The End” e “Numb” a scatenare il pubblico.
Insomma, la band diverte e si diverte e nel tempo a disposizione convince tutti o quasi della bontà di questo ritorno sulle scene.
Al termine del concerto partono i fuochi d’artificio che tradizionalmente chiudono l’Hellfest, mentre sugli schermi vengono proiettate le date dell’edizione 2026.
Tirando le somme, anche nel 2025 il festival si è confermato come un appuntamento imperdibile nella stagione concertistica estiva.
Organizzazione eccellente e tante, tantissime band di qualità sono la formula perfetta per fare contenti tutti gli amanti della musica.
Ancora una volta 240.000 persone non possono che essere tornate a casa entusiaste.


















































