FRONTIERS ROCK FESTIVAL VII, 25-27 APRILE 2025, LIVE CLUB DI TREZZO SULL’ADDA (MI): il nostro live report!

FRONTIERS ROCK FESTIVAL VII, 25-27 APRILE 2025, LIVE CLUB DI TREZZO SULL’ADDA (MI): il nostro live report!

Parole e foto di Antonino Blesi

Sono passati sei anni dall’ultima edizione del Frontiers Rock Festival, dato che il periodo Covid ha lasciato grandi strascichi e annosi problemi da risolvere, nel mondo discografico comunque di nicchia, rappresentato dalla casa discografica italiana. È diventato sempre più difficile organizzare portare in Europa le band di altri continenti, per un pauroso aumento dei costi che è pesato su tutti noi, aumentando non solo i prezzi dei servizi generali, ma anche quelli dei biglietti dei concerti, in modo esponenziale. Il Presidente Serafino Perugino e la sua “banda” di collaboratori appassionati, hanno dunque raccolto la sfida di far ripartire un festival che nelle sue sei edizioni passate, è diventato un punto di riferimento per gli amanti del rock melodico di tutta l’Europa e oltre. La stessa Frontiers, si è aperta a generi e stili musicali diversi, cercando sempre di acquisire le grandi band storiche, ma anche andandosi a cercare in tutto il mondo, le migliori promesse da promuovere e far crescere. Il risultato di questo enorme impegno è questa tre giorni che ha raccolto ben ventuno band e fan provenienti soprattutto da Francia, Germania, Svezia ma anche dal Sudamerica, sempre ambientato nella consueta e confortevole cornice del Live Club di Trezzo. Non solo spettacoli dal vivo ed eventi speciali per i fortunati che hanno acquistato la vip experience, ma anche tanta convivialità tra addetti ai lavori, appassionati e gli stessi musicisti, che si sono cordialmente mescolati in un ambiente sereno ed entusiasta, tra mille foto ricordo, chiacchiere e pareri, stand con cd e vinili, la famosa maglietta celebrativa del festival che è andata esaurita dopo solo un giorno, e un sostanziale sold out che ha portato Mister Perugino ad annunciare già una nuova edizione per il prossimo anno. In definitiva, questo evento ha colmato di certo un vuoto notevole e chi scrive ha dovuto coniugare insieme una certa professionalità e sincere emozioni provate in alcuni momenti del festival, non omettendo però critiche che vorrebbero essere costruttive per il futuro, e magari aggiungendo un pizzico di ironia che oggi è sempre più importante per chi vuol vivere bene in un mondo in cui tutto viene quotidianamente amplificato e drammatizzato. Siamo qui solo per divertirci e nessuno è perfetto, per fortuna

 

VENERDI’ 25 APRILE

14:45 – Fans of the Dark

15:35 – Art Nation

16:25 – Shakra

17:25 – Bonfire

18:45 – Honeymoon Suite

20:20 – Pride of Lions

22:00 – Asia

 

Prima giornata in cui succede un po’ di tutto e la sfortuna ci mette la sua in tanti modi, ma “lo spettacolo deve continuare” e spesso dai problemi nascono grandi occasioni. Gli svedesi Fans Of The Dark sono una voce che si distingue nel revival del classico rock melodico “anni ottanta”, grazie a tre album molto interessanti e con il surplus della voce speciale di un Alex Falk decisamente unico e carismatico. Sono loro che danno il via al festival, tra problemi di un sound ancora da calibrare e soprattutto, penalizzati dall’assenza del loro leader e batterista Freddie Allen. L’uomo della salvezza è Marco Sacchetto dei Temperance che si impara i brani al volo e dà il giusto ritmo dietro alle pelli, in un breve set che però fa capire di trovarsi davanti a una band che non è come tutte le altre.

 

Rimaniamo in Svezia con gli Art Nation di Alexander Strandell, che presentano il nuovo disco The Ascendance e uno stile visivo e musicale che ci riporta di più verso sonorità metal e più robuste, anche se ugualmente irrorate da melodie che spesso paiono più epicheggianti che romantiche e nostalgiche. L’effetto finale funziona ma lascia qualche piccolo dubbio, abbattuto velocemente grazie a una prestazione tosta e spavalda dei rockers svizzeri Shakra, che rendono onore senza fronzoli a quasi trent’anni di carriera e con un collaudato hard rock che unisce ritornelli ruffiani a ritmi a là AC/DC. Tanto mestiere ma in senso buono, per questi pirati ancora inossidabili.

 

L’attesa si alza per un nome storico come i Bonfire, ma un pizzico di delusione arriva nel momento in cui viene annunciata l’assenza del chitarrista e unico membro fondatore rimasto, il buon Hans Ziller, che lascia a Frank Pané l’onere di gestire il muro del suono a sei corde e ci dobbiamo “accontentare” di una formazione a quattro che comunque cerca di non scontentare i presenti. Alla voce il “nuovo” cantante greco Dyan Mair si muove con carisma e guida i suoi senza eccessive incertezze vocali, di certo avvantaggiato da una serie di grandi brani che il gruppo non lesina di certo, come Champion e Ready 4 Reaction. L’impatto è possente e non delude, e la reputazione dell’hard rock teutonico è decisamente salva.

 

Invece, la presenza dei canadesi Honeymoon Suite rappresenta un vero e proprio evento, dato che questo quintetto non ha mai suonato in Italia, e dopo aver fatto uscire una manciata di capolavori negli eighties, ha avuto diversi periodi di inattività, fino al nuovo album Alive, uscito sedici anni dopo l’ultimo lavoro. C’è grande elettricità nell’aria e il profumo di evento speciale permane anche quando arrivano on stage questi old boys scatenati e che confezionano un suono forse e anche più hardeggiante del previsto, guidati dall’istrionico Johnnie Dee, non sempre vocalmente preciso e pulito ma più interessato a regalarci qualcosa di indimenticabile, come la sua discesa nel pit durante il brano finale Love Changes Everything, cantata al microfono insieme a un paio di fortunati fan, mentre stringeva mani e dava il cinque a più gente possibile. Il resto della band ha cercato di far rifiatare Johnnie, tra momenti scenici divertenti, prolungati assoli di chitarra, ma sempre mostrando una classe superiore, che l’età non potrai mai sconfiggere.

 

Dopo una delle pagine più vibranti della giornata, ci si prepara per una band che gli italiani amano e che non si stancherebbero mai di vedere, grazie a quegli inni di rock epico scritti dal geniale Jim Peterik: i Pride Of Lions. Ma prima di iniziare, Toby Hitchcock annuncia che la mattina stessa la sua voce ha fatto “crack”, ma anche che avrebbe comunque fatto la sua performance, con l’aiuto di tutti i presenti. Parte, dunque, una versione fiume di otto minuti di Eye Of The Tiger, quasi interamente cantata da Peterik e che vede Toby muoversi e incitare il pubblico con energia straripante. Nasce così un concerto che rimarrà un unicum nel suo genere, perché tra errori tecnici, attacchi sbagliati e improvvisazioni, quello che poteva diventare un disastro totale si trasforma nella migliore esibizione della tre giorni, a livello di pathos e ricolma di emozioni che portano alla commozione di tanti dei presenti. Lo sfortunato cantante ci mette il cuore e pian piano la voce recupera un po’, passando al repertorio dei Pride Of Lions e poi tornando nella “casa” Survivor, con una magnifica The Search Is Over. A quel punto l’ennesima sorpresa è l’arrivo on stage del compassato Robin McAuley (che nei Survivor ci ha pure cantato qualche anno fa) che, pur dovendo esibirsi solo la domenica, interviene per aiutare i ragazzi e si mette a disposizione con umiltà e grande classe, come sempre. E così, da High On You, a I Can’t Hold Back e con la sontuosa Burning Heart, assistiamo a un finale con il pubblico impazzito e tanti sorrisi compiaciuti sul palco, con Toby Hitchcock visibilmente riconoscente verso l’amore ricevuto dai fan. Lodi davvero a tutti, compresa alla splendida band di supporto, a trazione tutta italiana.

 

E infine ecco l’ennesima versione rinnovata degli Asia, con Geoff Downes che non si arrende e chiama a sé due musicisti di grande talento come John Mitchell alla chitarra e il funambolico Virgil Donati alla batteria, ma soprattutto il trent’enne semisconosciuto Harry Whitley, chiamato a non far rimpiangere un gigante del rock come il mai troppo celebrato John Wetton. Quella che potrebbe essere patetica nostalgia si trasforma in stupore, nel momento in cui Harry apre la bocca e tutto funziona a meraviglia, perché sembra di avere davanti una vera e propria reincarnazione di Wetton, anche per la sua maestria al basso e per una presenza scenica discreta e quasi “timida”, ma che diventa sempre più confidente, pezzo dopo pezzo. Con questa formazione, gli Asia riescono ad affrontare con facilità sia il materiale più immediato che quello più articolato e progressive, in cui la vera protagonista è la musica, senza grandi trucchi scenici o perdite di tempo. Qualche piccolo errore dovuto all’emozione ci sta, ma i margini di miglioramento sono altissimi. Menzione d’onore per un Donati alle bacchette, che rimane uno spettacolo nello spettacolo. Quello che poteva sembrare un capitolo chiuso, ora si apre verso una seconda vita, con la decisione di tornare anche in studio per un nuovo disco. Chiusura di serata magica!

 

Scaletta Asia:

  1. The Heat Goes On
  2. Don’t Cry
  3. Wildest Dreams
  4. Here Comes the Feeling
  5. Eye to Eye
  6. An Extraordinary Life
  7. Time Again
  8. Cutting It Fine
  9. The Smile Has Left Your Eyes
  10. Only Time Will Tell
  11. Go
  12. After the War
  13. Sole Survivor
  14. Open Your Eyes
  15. Heat of the Moment

 

SABATO 26 APRILE

VIP (Acoustic):

Girish & The Chronicles

Chez Kane

FM

14:45 – Cassidy Paris

15:35 – Girish & The Chronicles

16:25 – Chez Kane

17:25 – Crazy Lixx

18:45 – FM

20:20 – Treat

22:00 – Winger

 

Trattamento di lusso per chi ha preso il biglietto vip e lo spettacolo inizia poco dopo le dodici, con tre spettacoli acustici che mostrano già un’atmosfera calda e tanta passione, culminata in una esibizione acclamatissima dei leoni inglesi FM. Nel frattempo, il Live Club si riempie con velocità maggiore rispetto al giorno precedente, e arriva velocemente il momento del primo concerto elettrico. La Frontiers dimostra di credere molto nelle potenzialità dell’australiana Cassidy Paris, una poco più che vent’enne che si dimostra entusiasta, affabile e fa il suo sul palco per coinvolgere tutti. Il talento è acerbo ma si mostra evidente, in una manciata di canzoni che sgomitano tra Joan Jett e Halestorm, cercando di mettere insieme quarant’anni di buon rock al femminile. Resta da vedere in che direzione si muoverà la simpatica ragazza in futuro, e intanto le viene data anche la possibilità di fare esperienza, accompagnando gli Harem Scarem nel loro tour europeo.

 

La situazione degli indiani GATC non è poi così dissimile, perché, pur essendo in attività dal 2009, si sono messi in evidenza dal 2020, grazie al contratto con la casa discografica italiana e mettendo in evidenza la vocalità grintosa di Girish Pradhan e un’ugola che merita di certo la ribalta internazionale. E infatti, ci hanno pensato i The End Machine di Jeff Pilson e George Lynch ad arruolare Girish per il loro nuovo album, ma anche la band madre non è stata accantonata. Ancora poco conosciuti e portatori di grande curiosità per la loro inconsueta provenienza, i quattro musicisti infiammano il palco con il loro hard rock ruggente e roboante, anche se qualche indecisione stilistica salta fuori, soprattutto nel nuovo singolo Kaal, dove i riff pesanti e moderni sfociano in risultato finale un po’ confuso. Il nuovo e imminente disco sarà di certo la loro prova del nove, ma intanto vanno lodati per la loro passione e un’umiltà più unica che rara.

Tocca poi alla britannica Chez Kane, che di certo sarà una delle sorprese più eclatanti di questa giornata. Tutto riporta al rock melodico degli anni ottanta, tra Pat Benatar, Bon Jovi, Vixen e tanta voglia di sensualità e decisamente poca innovazione, ma la grinta del gruppo è portata ai massimi livelli e tutto è suonato con una passione devastante e totalizzante. Quanto di buono si era mostrato nei due album usciti tra il 2021 e il 2022, viene surclassato da una prestazione vocale che riesce a coniugare tecnica e passione, regalando ai Chez Kane la palma di miglior concerto del sabato.

L’atmosfera da party prosegue con gli esperti Crazy Lixx, freschi di pubblicazione di un nuovo album e che non mostrano incertezze o pecche particolari. La band svedese mette insieme melodie ruffiane e attitudine stradaiola, confermando uno stile godibile anche se mai sorprendente e forse leggermente meno intenso del concerto precedente. Il pubblico applaude soddisfatto, anche se qualcuno ne approfitta per riprendere fiato, prima di arrivare al travolgente terzetto finale, con un club ormai al completo.

Cosa si può ancora dire sugli eterni FM? Il loro elegante rock ci fa compagnia da più di quarant’anni e questi signori onorano il palco e gli esagitati fan con una prestazione “vecchio stile” in cui tutto è suonato e sudato come si deve, tra sorrisi compiaciuti e l’enorme anima soul di un Steve Overland che riesce a far vibrare i cuori di tutti, anche con una sola nota e dotato di una gestualità semplice ma di grande emozionalità. Non si tratta solo di estensione vocale (di certo ci sono cantanti più dotati di lui), ma di qualcosa di più raro e impercettibile, che scatta quando si ascoltano artisti come lui o per esempio, Otis Redding. Il tutto risuona caloroso, confortante e “romantico” nel senso più appagante del termine, e non vorresti si arrivasse mai alla fine.

E invece si corre ancora e lo spazio ora viene riempito dagli svedesi Treat, un’altra istituzione storica dell’AOR, con una storia simile agli Europe ma senza la loro recente fascinazione per sonorità più moderne e classic rock. Sempre infallibili in studio e possiamo citare l’ultimo e splendido The Endgame del 2022, dal vivo fanno un po’ più fatica e questo si nota soprattutto in certi acuti un po’ forzati di Robert Ernlund, che viene aiutato da cori poderosi e forse un po’ “gonfiati”. Il resto della band si muove agilmente ma rimane un po’ di freddezza di fondo, che però non può intaccare la bellezza dei classici più e meno recenti che vengono inanellati tra le invocazioni sperticate del pubblico. Sempre con la “minaccia” di un ritiro imminente dalle scene, i Treat continuano ad andare avanti, rimanendo anche oggi un punto di riferimento per chi ama certe sonorità immortali.

La freddezza in qualche modo diventa gelo con l’arrivo del clou della giornata, dato che gli Winger aggrediscono il palco, ben consapevoli di dover ben figurare, dato che questo è il loro tour d’addio, l’unica data italiana e anche con la formazione originale a cinque. Il suono è davvero molto pesante, fin troppo forse; l’atteggiamento di un comunque impeccabile Kip Winger sembra un po’ scostante e diversi problemi alla chitarra di Reb Beach costringono la band a lasciare il palco dopo una manciata di brani. Il gruppo torna e prosegue, tra virtuosismi tecnici e canzoni memorabili, ma sembra mancare l’effetto “emozionale” che invece è stato presente in spettacoli decisamente meno perfetti di questo, come quello dei Pride Of Lions. E’ dunque un “arrivederci” decisamente impeccabile ma un po’ agrodolce.

 Scaletta Winger:

  1. Stick the Knife In and Twist
  2. Seventeen
  3. Can’t Get Enuff
  4. Down Incognito
  5. Chicken Picken (John Roth Guitar Solo)
  6. Miles Away
  7. Rainbow in the Rose
  8. Guitar Solo (Reb Beach)
  9. Black Magic
  10. Pull Me Under
  11. Time to Surrender
  12. Drum Solo (Rod Morgenstein)
  13. Midnight Driver of a Love Machine
  14. Proud Desperado
  15. Junkyard Dog (Tears on Stone)
  16. Headed for a Heartbreak
  17. Easy Come Easy Go
  18. Madalaine
  19. Saints Solos
  20. Guitar Solo (Reb Beach)
  21. Blind Revolution Mad
  22. Hungry

DOMENICA 27 APRILE

VIP (Acoustic):

The Big Deal

Ronnie Romero

Harem Scarem

14:45 – Seventh Crystal

15:35 – The Big Deal

16:25 – Ronnie Romero

17:25 – Storace

18:45 – Robin McAuley

20:20 – Mike Tramp’s White Lion

22:00 – Harem Scarem

Il sabato poteva essere la serata con più affluenza, ma la vera sorpresa è stata anche la domenica, che ha raccolto un pubblico decisamente degno del giorno precedente ed esibizioni che hanno dato grandi emozioni e soddisfazioni ai presenti. Purtroppo, chi vi scrive è stato costretto a seguirsi il Festival e distanza e via streaming, grazie alla gentilissima Frontiers che ha permesso a chi non poteva essere presente, di poter ammirare sui suoi social, i vari concerti. Saremo per necessità più brevi e meno accurati nel narrare di una giornata che ha comunque confermato il livello dei precedenti, con una serie di grandi voci maschili che si sono alternate sul palco, senza dimenticare comunque il divertente rock melodico dei serbi The Big Deal e le sue due cantanti che si alternano, riuscendo a conquistare il pubblico con una proposta decisamente poco innovativa, ma piuttosto efficace.

Parlando di giovani ugole di talento, Kristian Fyhr e i suoi Seventh Crystal forse meritavano qualcosa in più, ma è toccato a loro aprire le danze. Forti del recente e sorprendente terzo album Entity, gli svedesi crescono sempre di più e mescolano antico e moderno con grande energia e intensità.

Ronnie Romero invece non ha certo bisogno di presentazioni, anche se il suo lato da “solista” non sconvolge per la qualità delle canzoni proposte, ma la sua sontuosa voce trionfa sempre e comunque, soprattutto quando si cimenta nei classici dei Rainbow, oppure in una corposissima Rainbow In The Dark, in cui il legame con il suo “padre” artistico si fa ancora più prepotente.

Ronnie fa capolino anche nell’effervescente spettacolo di Marc Storace, in cui la leggenda dei Krokus viene celebrata ancora con tanta voglia di rockeggiare e con una band di supporto dinamica e coinvolgente. Dall’hard rock ruggente si passa alla melodia sopraffina di un Robin McAuley stellare ancora oggi a ben settantadue anni di età ma ragazzino in un cantato che non ha mai incertezze e che trova la sua massima consacrazione nel finale del concerto, in cui vengono rispolverate le gemme scritte insieme al genio Michael Schenker. Gimme Your Love e Anytime sono l’eccellenza delle sette note cromate e melodiche.

Non c’è davvero tregua, perché Mike Tramp torna in Italia con il desiderio di spezzare tanti cuori dei fan degli White Lion, con uno show incentrato sul meglio della loro storia. Mike ha sempre detto di non voler scimmiottare il passato e infatti non cerca di cantare come nel 1987 e riattualizza una serie di inni indiscutibili, senza però stravolgerli. Alla fine, anche lui decide di tornare a casa, anche se oggi forse la sua identità musicale è diversa, ma il pubblico vuole ascoltare ancora Wait, Broken Heart e When The Children Cry. La vera notizia bomba è che sembra sia in lavorazione un nuovo album a nome White Lion, con musica inedita. Questo smentirebbe alcune dichiarazioni recenti di Tramp, ma staremo a vedere e soprattutto a sentire.

Il gran finale si rivela nella classe cristallina dei canadesi Harem Scarem, che finalmente arrivano in Europa per un tour che sta dando a loro meritate soddisfazioni. C’è da festeggiare l’uscita del nuovo disco Chasing Euphoria, e di certo la maggior parte dei presenti sarà rimasta soddisfatta da una scaletta bilanciata, che regala spazi canori anche ad altri membri della band, oltre al consueto lavoro brillante di un intenso Harry Hess. Come in un caldo abbraccio famigliare, ci si trova felicemente confortati e felici, dopo diciotto brani che non mostrano alcun cedimento.

 

Scaletta Harem Scarem

  1. Better the Devil You Know
  2. Hard to Love
  3. Gotta Keep Your Head Up
  4. Stranger Than Love
  5. Distant Memory
  6. Boy Without a Clue
  7. The Death of Me (with Cassidy Paris)
  8. Here Today Gone Tomorrow
  9. Mandy
  10. Sinking Ship
  11. Honestly
  12. Garden of Eden
  13. Sentimental Blvd.
  14. If There Was a Time
  15. Summer of ’69 (Bryan Adams cover)
  16. Slowly Slipping Away
  17. Chasing Euphoria
  18. No Justice

Ferruccio Bortolotti

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