DEFTONES – live chat per festeggiare i vent’anni di ‘White Pony’

A cura di Emanuele Biani

In compagnia del cantante Chino Moreno, del batterista Abe Cunningham e del tastierista Frank Delgado, ripercorriamo l’epopea del capolavoro ‘White Pony’.

Ha infatti appena compiuto vent’anni l’album che nel 2000 ha fatto letteralmente svoltare la carriera dei californiani Deftones, distaccando la band di Sacramento dal trend nu metal per abbracciare sonorità più adulte e universali.

Per celebrare l’evento, è stato organizzato un meeting virtuale tramite la piattaforma Zoom, cui hanno partecipato alcuni dei più importanti media mondiali e, in rappresentanza esclusiva della stampa musicale nostrana, Rock Hard Italy.

Ecco il resoconto della chiacchierata con i tre membri del gruppo, tutti visibilmente assonnati e spesso bisognosi di rabboccare la tazza del caffè, dato l’orario decisamente mattiniero sulla Costa Ovest degli Stati Uniti.

Alla domanda su come sia invecchiato ‘White Pony’, il già vispo Cunningham osserva: “Si tratta di un disco formato da canzoni con una struttura molto aperta, che induce l’ascoltatore a scoprire dettagli sempre nuovi, oltre a trasportarlo in una specie di trip emotivo. Lo stile che suoniamo ancora oggi non sarebbe lo stesso, se non avessimo mai pubblicato quell’album”. Lo incalza Chino Moreno: “Dopo l’uscita dei primi due album, eravamo all’apice della popolarità, avevamo già suonato in ogni angolo del pianeta, ma abbiamo comunque voluto cambiare, creando nuova musica nel vero senso della parola”. Conclude Delgado: “Sicuramente ci siamo presi un rischio, uscendo dalle sonorità che andavano per la maggiore e che noi stessi avevamo contribuito a creare, ma se ancora oggi ‘White Pony’ viene considerato un disco diverso e inaspettato per l’epoca, vuol dire che ne è valsa la pena”.

Ai musicisti presenti viene chiesto che cosa ricordano di quel periodo a livello personale, e secondo Moreno: “Eravamo sicuramente più giovani e vivaci, al punto di andare spesso fuori controllo. Durante il processo di composizione, alcuni di noi vivevano insieme su delle imbarcazioni nella baia di San Francisco e buona parte del lavoro fu abbozzato a Sausalito, non lontano dalla zona del Golden Gate. Scrivere i pezzi di ‘White Pony’ in qualche modo è stato un modo per fissare quei giorni vissuti tanto intensamente e, nonostante ricordi davvero poco delle registrazioni, riascoltarlo oggi mi riporta indietro con la memoria”.

Sull’importanza dell’album nella successiva evoluzione dei Deftones, Moreno aggiunge: “Proporre uno stile in buona parte nuovo e, al tempo stesso, ottenere degli importanti riscontri commerciali, in un certo senso ha sfondato un argine mentale. Fin dagli esordi del gruppo, non ci eravamo mai preoccupati di adottare uno stile definito, ma ‘White Pony’ ha cambiato le carte in tavola sotto questo aspetto. Da lì in poi, abbiamo raggiunto una grande consapevolezza dei nostri mezzi e non abbiamo mai più avuto paura di avventurarci verso sonorità che potevano apparire fuori dalla nostra portata”. Cunningham ricorda qualcosa in più sulle sessioni di registrazioni: “Ci siamo presentati in studio senza aver completato nemmeno la metà del disco, ma al terzo album avevamo già un po’ d’esperienza e non eravamo preoccupati. In quelle stanze (i celeberrimi Plant Studios, ndr) erano passati degli artisti enormi come Stevie Wonder o Prince, ed io avrei voluto assorbire un po’ delle vibrazioni che avevano lasciato lì. Riguardo la nostra evoluzione, credo che ci abbia consentito di essere ancora qui, oggi”.

Riguardo la partecipazione di Maynard James Keenan dei Tool alla canzone ‘Passenger’, Chino Moreno racconta: “Inizialmente non era previsto che Maynard collaborasse all’album, ma quando ci ha raggiunto in sala prove all’inizio del processo di composizione, ci ha impressionato il suo orecchio quasi da produttore. In seguito ci raggiunse anche negli studi di Sausalito, ma pur scambiando idee e opinioni sui vari brani, non si offrì mai di contribuire ad alcuno di essi. Questo avvenne in un terzo passaggio, a Los Angeles, quando scrivemmo i testi e le linee vocali di ‘Passenger’, fin lì praticamente un brano strumentale, in circa due ore. Per me fu davvero spassoso lavorare con un musicista di quell’importanza, oltre che un onore, ovviamente”.

L’eterno dualismo tra l’amante del pop/soul Chino Moreno e il metallaro tutto d’un pezzo Stephen Carpenter nacque proprio con ‘White Pony’, come conferma Moreno pur con qualche precisazione: “Stephen è sicuramente il membro del gruppo più addentro sonorità aggressive, ma questo non esclude che ascolti anche roba più tranquilla, di tanto in tanto. Lo stesso vale per me, capovolgendo il discorso. Onestamente non credo che abbiamo dei gusti musicali così diversi all’interno della band. Voglio dire che esiste sempre un compromesso capace di soddisfare tutti, nel momento in cui si provi a rendere lo stile dei Meshuggah più atmosferico o quello di Sade più pesante. Nel mezzo delle registrazioni ci sono stati diversi dibatti più sulla forma sonora che sulla sostanza delle canzoni, ma ogni cosa è fluita in maniera assolutamente naturale”.

A proposito della canzone che ha fatto scoccare la scintilla di ‘White Pony’, Moreno sceglie: “Senza dubbio ‘Digital Bath’. La prima volta che l’ascoltai in versione rough mix su una Mustang a noleggio, ero davvero esaltato”. Di diverso avviso Cunningham: “Io scelgo ‘Change’, con le stratificazioni delle due chitarre e la voce di Chino sopra tutto il resto. Fu una specie di miracolo e ci aiutò a impostare il setup sonoro anche per gli altri pezzi del disco”. Delgado concorda con il batterista: “Quando il produttore Terry Date venne a trovarci a Sacramento, stavamo proprio lavorando su ‘Change’. Si accorse subito che stavamo combinando qualcosa di speciale e che tutto stava succedendo davvero velocemente. Infatti le ritmiche di ‘Digital Bath’ seguirono praticamente a ruota”.

È prevista una ristampa celebrativa dell’album, e in tal proposito Chino Moreno specifica: “Anche se sui vari servizi in streaming è presente una versione del disco con il brano ‘Back To School’ aggiunto in apertura, la ristampa rispetterà la scaletta originale. Se fosse possibile, vorrei che quella canzone fosse messa alla fine come una bonus track anche adesso, ma non è il caso di sottilizzare. Ad ogni modo, entro la fine dell’anno questa nuova edizione sarà pubblicata, con un disco bonus di remix intitolato ‘Black Stallion’. È buffo, perché l’idea di remixare l’album ci venne praticamente subito dopo la sua prima uscita, e si concretizza solo oggi, cioè vent’anni dopo”. Il tastierista Frank Delgado si scuote dal torpore e aggiunge: “Potrà sembrare strano, ma la primissima idea riguardo ‘White Pony’ fu la creazione del logo con il cavallo bianco. Ancor prima di scrivere una nota, eravamo convinti che il disco sarebbe stato fantastico, tanto da ipotizzare già questa versione remix a cura di DJ Shadow. Quando ci capitò di incontrarlo, ricordo che ci trattò come dei mezzi matti, perché non aveva mai sentito parlare di noi e gli proponemmo questa collaborazione senza avere una sola canzone pronta. All’epoca credeva che suonassimo ska o qualcosa del genere e ci liquidò con poche parole, mentre adesso sta davvero per occuparsi di ‘Black Stallion’ e sono sicuro che combinerà qualcosa di grande. Questo episodio e la faccenda del logo dimostra che, fin dall’inizio, avevamo già le idee decisamente chiare su quanto intendevamo creare”.Il successo di ‘White Pony’ mise una certa pressione alla band, che secondo Moreno non si dimostrò sempre capace di gestirla: “Il metodo aperto e sperimentale dell’album ci diede forse troppa confidenza nei nostri mezzi, in particolare la capacità di tirare fuori delle canzoni finite da qualunque genere di tentativo. In seguito abbiamo lavorato su un paio di dischi in maniera un po’ saltuaria e pigra, rendendoci poi conto che non sempre i risultati sono stati all’altezza delle aspettative. Oltre alla pressione che questa nuova consapevolezza ci mise addosso, arrivò anche quella della casa discografica, che dopo l’esplosione di ‘White Pony’ ci chiedeva dei singoli da passare su MTV o nelle radio. Ricordo che questo mi sembrò particolarmente assurdo, perché ci fecero firmare un contratto per il debutto ‘Adrenaline’ che di orecchiabile non ha mai avuto assolutamente nulla. Ecco, diciamo che subito dopo il botto di ‘White Pony’ perdemmo un po’ la gioia e la magia di creare musica in sé”.

Come molte altre band dell’epoca, i Deftones dovettero fare i conti con Napster e la condivisione illegale del disco. Delgado ricorda che: “‘White Pony’ fu il primo album dei Deftones ad essere condiviso in rete prima della data di uscita. Era un periodo in cui si cercava ancora di contrastare il problema, con tutti quei watermarks sugli advance-cd mandati ai giornalisti che a mio avviso compromettevano anche la qualità sonora. Questo ci mise un po’ il bastone tra le ruote, perché alcune delle prime reazioni negative furono anche dovute alla bassa qualità degli mp3 messi online”. Moreno non la prese benissimo: “Al di là di come suonavano le nuove canzoni, inizialmente molti fan si trovarono spiazzati dal nostro cambiamento e, di lì a poco, cominciarono ad asfaltarci di critiche. Mi conforta il pensiero che, con il passare del tempo, ‘White Pony’ sia diventato il disco preferito un po’ di tutti, ma nelle chat room di inizio anni 2000 lessi dei commenti così feroci da farmi quasi piangere”.

Sul ruolo del già citato produttore Terry Date in questo ed altri album dei Deftones, Chino Moreno osserva: “Terry non è il tipo di produttore che interferisce con il processo di composizione, ma ha comunque un orecchio straordinario. Riesce sempre a trovare il tipo di sound nascosto nella testa dei gruppi con cui collabora. Stiamo parlando di una persona bravissima a parlare, ad ascoltare, ma soprattutto a rendere concrete le idee. In pratica, è un membro aggiuntivo della band. Per questo motivo, torneremo a lavorare con lui per il prossimo album, dopo le esperienze con Matt Hyde su ‘Gore’ e con Nick Raskulinecz su ‘Diamond Eyes’ e ‘Koi No Yokan’. Il nuovo album è stato registrato interamente negli studi di Terry a Portland, in Oregon, a sole tre ore di macchina da dove abito io. Amo quel posto e il padrone di casa è sempre capace di mettermi a mio agio, non impone mai regole e mi lascia libero di esprimere qualsiasi idea. Credo che lo stesso ‘White Pony’ sarebbe stato totalmente diverso, senza il suo aiuto”. Delgado conclude: “La vedo nello stesso modo. Dopo il successo di ‘White Pony’ (e la disgrazia del povero Chi Cheng durante le registrazioni del disco-fantasma ‘Eros’, ndr), fu proprio Terry a consigliarci di cambiare produttore e tentare un approccio differente. Avrebbe potuto continuare a spremere soldi dai Deftones, ma fece una scelta d’integrità dettata dall’enorme fiducia reciproca. Abbiamo imparato così tanto, l’uno dagli altri: lui a gestire una metal band che voleva ispirarsi ai Cure, noi a lavorare dentro uno studio in maniera concreta e determinata. La parte davvero fondamentale del nostro percorso evolutivo è stato capire che tipo di gruppo saremmo voluti diventare”.

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