Wolfmother – Le Gru – Grugliasco (TO) – 05.07.19

DI STEFANO CERATI

Per gli australiani è ormai una consuetudine venire a suonare in Europa d’estate, quando nel loro emisfero è inverno invece. Seguono il caldo e noi seguiamo loro che ogni volta cambiano location per i loro concerti in Italia. Questa sera nell’accogliente area verde esterna al centro commerciale Le Gru alle porte di Torino ci saranno non più di cinquecento persone, peraltro arrivate anche piuttosto tardi. Il concerto, dopo un’apripista inutile come gli Electric Pyramid che fanno il verso, male, ai Foo Fighters, inizia alle 23.00 circa quando Andrew Stockdale e soci si presentano sul palco sotto un logo molto glitter e psichedelico che ricorda gli anni 70. E indubbiamente i Wolfmother sono fra i principali interpreti del revival di quel periodo musicale e anzi sono stati fra i primi a farsi largo nel 2005 con la pubblicazione del loro disco d’esordio che rimane il migliore. La band lo sa e infatti suona la maggior parte dei pezzi di quell’album, ormai dei classici. È incredibile la qualità di quel disco che poteva vantare quasi tutti singoli. Stockdale è un istrione, ha un look da vero hippie, capelli ricci scompigliati, basettoni, barba incolta e giubbotto di jeans. Ma sa interpretare il suo ruolo come pochi altri con la sua voce squillante che rompe i muri e si produce in ripetuti acuti potentissimi. Il set parte subito forte con pezzi dai riff memorabili come la lirica White Unicorn, la massiccia Colossal e la sabbathiana tambureggiante Woman che scuote il pubblico e lo fa ondeggiare. È il cantante chitarrista il fulcro dell’esibizione, è lui che fa spettacolo, ma la band lo segue alla perfezione, soprattutto la nuova giovane tastierista (“è la prima data per lei, si è dovuta imparare il repertorio in un giorno e mezzo”, dice il cantante) che ha la sua parte nei riff che esaltano la parte più poetica e sognante della musica dei nostri come Mind’s Eye e l’epica conclusiva The Jocker and the Thief. Altri numeri che scuotono la platea sono Dimension, New Moon Rising e California Queen. C’è sempre un sentore psichedelico che si fa strada in mezzo a tutti questi riff, ottimi peraltro, rubati a Led Zeppelin e Black Sabbath. Non mancano anche i ricami acustici presenti nei numeri più sognanti e delicati come Apple Tree, che sa di prog inglese e Spanish Rose. Con un repertorio del genere i Wolfmother possono garantire 90 minuti di grande rock. Peccato che gli ultimi album non siano all’altezza del passato, ma quanto prodotto con i primi due dischi avrebbe dovuto assicurare loro una rendita maggiore, leggi un pubblico più ampio. Il loro hard rock e metal è bombastico e adatto ai grandi club. Speriamo che possano ritornarci quanto prima.

 

Be the first to comment

Leave a Reply