Neurosis + YOB + Ufomammut – Carroponte – Sesto S. Giovanni (MI) – 12.07.19

di Stefano Cerati – foto di Francesca de Franceschi Manzoni

Le band della Neurot Recordings sono legate da una filosofia di fondo, un approccio cosmico, spirituale e spesso drammatico al doom che loro interpretano in modo apocalittico con molte venature psichedeliche e progressive. È un piacere vedere quindi sullo stesso palco tre delle migliori formazioni del roster dell’etichetta.

Non è ancora sceso il sole, il che rovina un po’ l’effetto di questa musica, che gli Ufomammut devono subito salire sul palco. Purtroppo a causa dell’orario di fine concerto posto dal comune tutti i concerti vengono spostati indietro. Ecco perché entro che risuonano già le note del primo pezzo del trio di Tortona. I nostri non si fanno impressionare dal caldo e dal poco pubblico ancora presente e sciorinano una prestazione molto metal che affonda con prepotenza in gorghi spaziali con rutilanti cavalcate che prendono l’abbrivio in modo lento e psichedelico per poi esplodere in cupi torrenti metallici. Il suono è potente e la band è decisamente in forma. Non per patriottismo ma alla fine sarà la loro la migliore esibizione della serata.

La musica degli YOB  è il metal della sofferenza e della stratificazione. I nostri partono con lente volute progressive, un po’ sullo stile degli headliner per il classico modulo di tensione e rilascio, ma poi avvincono la platea con lunghi brani dal sapore tragico e notturno soprattutto per quanto riguarda la prestazione vocale del cantante chitarrista Mike Scheidt. Le loro composizioni sono molto lunghe e nei 45 minuti a loro disposizione suonano solo quattro pezzi tra cui la title track dell’ultimo album Our Raw Heart, pregna di un romanticismo disperato e soprattutto lo sludge lento, fangoso e opprimenti di Ball of Molten Lead che richiama perfettamente il titolo scelto.

I Neurosis di oggi non sono più la terremotante band post metal ammirata negli anni 90. Con il nuovo millennio hanno diversificato la loro proposta lasciando un po’ perdere i mantrici tribalismi che li rendevano affascinanti, ma scavano di più nelle pieghe del dolore. Di tutti i brani presenti in scaletta stasera solo End of the Harvest da Times of Grace è del 1999 mentre tutti gli altri sono del nuovo millennio. La band ha deciso di puntare su una psichedelia dilatata e crepuscolare ben orchestrata dalla voce roca e tragica di Scott Kelly che sembra sempre sull’orlo di un collasso nervoso. Certo che la scelta di pezzi come A Sun That Never Sets dall’omonimo album stentano a fare decollare la dinamica e a dare potenza e vivacità all’esibizione. È solo con numeri più metallici e sostanziosi come The Bending Light, Reach e Given to the Rising che la band finalmente dà sfogo allo sfibrante lavoro di cesello di preparazione atmosferica. Purtroppo, sempre per ragioni comunali, il volume non è adeguato a fare risaltare al massimo la potenza di fuoco del gruppo californiano. A essere onesti stasera si è trattato di un concerto che si è basato più sulle emozioni e sulla fragilità psichica portata dalle note che non dalla potenza. Per diverse ragioni ormai i Neurosis preferiscono proporre sempre il loro repertorio più recente discostandosi dal fulcro originario della loro proposta musicale.

 

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